Poesia Barocca del Seicento


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Nota di Lunaria: avevo già trattato la Poesia Barocca; aggiorno lo scritto aggiungendo una breve introduzione. Giovanni Battista Marino è trattato, più estesamente, qui: https://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/11/i-versi-piu-belli-di-giovanni-battista.html https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2022/06/giambattista-marino-una-poesia-inedita.html
Preti e Fontanella, qui: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html
Per un'analisi comparata tra Marino, Petrarca e Tarchetti, vedi: http://intervistemetal.blogspot.it/2017/12/i-capelli-femminili-nellestetica.html 
Per le poetesse del Rinascimento e del Barocco: https://intervistemetal.blogspot.com/2021/01/le-poetesse-di-fine-cinquecento-e-del.html


Il Marino resta il rappresentante più significativo della nuova lirica barocca: la personalità letteraria in cui i caratteri tipici della Scuola assumono a tratti, valori poetici. Ma con lui si propongono all'attenzione dello studioso numerosi poeti: dai Marinisti, al Chiabrera, al Tassoni.
Il quadro di costoro, scrive Getto riferendosi ai Marinisti, non offre in realtà nessuna grande figura di creatore, nessuna di quelle rare personalità che, mentre ci lasciano il dono della loro opera, imprimono con essa sforzi e sviluppi nuovi alla storia: esso ci offre invece una schiera di sperimentatori, di inquieti analizzatori. Per effetto del programma poetico della meraviglia, lo scrittore barocco fruga la realtà, dilata il suo campo visivo, ed accoglie nel suo universo poetico motivi e figure, forme e sostanze, prima rimasti ignorati all'esperienza lirica.
Così appunto, nella storia della poetica marinista, l'oggetto cantato dal poeta si frantuma quasi e si spezza in una serie di infinite forme prospettiche, ciascuna carica di personali riflessi; e se non c'è novità lirica, esiste però una novità nella proposta dell'argomento e nell'abilità a scioglierlo attraverso la sollecitazione di fantastiche immagini.
Ciò è riscontrabile in ciascuna delle tre parti fondamentali in cui la poesia dei Marinisti può essere distinta: quella amorosa, quella encomiastica e quella sacra. Variare di bellezza, di situazioni, di ornamenti nella figura femminile: molteplicità incontabile di visioni naturalistiche, inaspettate e caratteristiche; forme celebrative ed elogiative di tipica incandescenza barocca. E come si diceva, anche la lirica sacra si dispone secondo questo ordine; forse mai come nel Barocco essa arriva a contenere il tormento per la caducità della vita e si costruisce di inquietudine arcana piuttosto che di luce di trascendenza.
Pur convinto, come il Marino e i Marinisti, che la poesia avesse il compito di meravigliare, fu Gabriello Chiabrera; ma "per il raggiungimento di scopi sifatti egli contava sull'effetto del sublime e dell'eroico di parata, anziché su quello dell'ingegnoso e del sorprendente, sulla solennità oratoria più che non sulla lussuria della immaginazione; anche se poi veniva ad incontrarsi con i Marinisti (specie nelle canzonette) nella tendenza a dissolvere i valori logici e affettivi della parola, in un indistinto fluido canoro."
Con la "Secchia rapita" invece Alessandro Tassoni si inserisce nella storia del genere eroicomico, che in quel tempo voleva essere opposizione al solenne e al fastoso, e peraltro, satira del costume contemporaneo.

Altro approfondimento, tratto da


Con il termine "barocco" da vario tempo si è soliti indicare, nella loro complessa varietà, tutti i mutamenti di stile nella letteratura, nelle arti figurative e nella musica, che intervennero alla fine del secolo XVI per esaurirsi nel movimento che derivò il nome, alla fine del Seicento, dall'Accademia Arcadia. Barocca fu anche designata un'età nel suo insieme, quindi non scompagnata dalla vita politica e sociale. Non è chiara, però, l'origine della parola "barocco": essa si ritrova con significato spregiativo per componimenti bizzarri e grotteschi, verso la metà del XVI secolo, ma fin dal Duecento veniva adoperata al posto di "sofisma".

Il tema dell'Amore nella Poesia Barocca

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Spesso nel mondo della letteratura e dell'arte certi temi o certe forme espressive, frutto dell'elaborazione di uno scrittore, risultano così perfetti e hanno tanto successo da diventare un modello che resiste per secoli fino a quando un nuovo sistema di immagini e di forme non si sostituisca al precedente. Nel campo della poesia d'amore regnò incontrastato per circa due secoli, dal Trecento al Cinquecento, il modello petrarchesco
ovvero una poesia ispirata ad armonia, equilibrio, compostezza formale e caratterizzata da una rigorosa selezione tematica e linguistica. L'amore e la donna vi erano cantati non nella ricca varietà in cui ci si offrono nel mondo reale, ma in una ristretta gamma di immagini e di situazioni a cui corrispondeva sul piano espressivo una lingua lessicalmente limitata e semplice nelle strutture. L'ideale femminile coincideva con una figura di donna dai capelli biondi, altera e dolce, bella e fiera, collocata sullo sfondo di una natura primaverile che sembrava voler rendere omaggio alla sua bellezza.
Nel Seicento questo modello viene sottoposto a una serie di variazioni contenutistiche e formali che finiscono per trasformarlo radicalmente. Nasce una poesia che si propone la ricerca del nuovo a tutti i costi e di conseguenza rompe con la tradizione e con le limitazioni da essa imposte, alle quali viene sostituita l'esplorazione di tutte le infinite possibilità tematiche e linguistiche in un ritrovato contatto con gli innumerevoli aspetti del reale. La lirica d'amore si popola di una vasta gamma di tipi femminili: donne bionde, brune, rosse, vecchie, nane, nere, povere, ricche, mendicanti, balbuzienti, occupate a pettinarsi, cucire, bagnarsi nelle acque del mare, ochieggiare dalle persiane accostate. Si verifica insomma un allargamento della tematica amorosa: si cantano non solo donne di tutte le età ma anche singole parti del corpo femminile (nei, labbra, capelli) oggetti (ago, pettine, specchio), addirittura pulci e pidocchi che si annidano nelle chiome dell'amata. Dal canto suo il poeta innamorato "si esalta, si sdegna, passeggia sotto i balconi, balbetta, si adira, litiga, piange, fa le mille cose che facciamo nella vita reale e che il poeta classicista e petrarchista faceva forse nella vita, ma non poteva fare in poesia"

Alle novità dei contenuti corrisponde un arricchimento del linguaggio, non tanto a livello lessicale, quanto per quel che riguarda le relazioni inconsuete che il poeta riesce a creare tra i diversi aspetti della realtà. Strumento fondamentale di questa elaborazione poetica è la metafora che viene portata all'esasperazione allo scopo di creare immagini che suscitino meraviglia nel lettore. Una volta istituito un rapporto tra due aspetti della realtà, il poeta lo porta alle estreme conseguenze, operando una metamorfosi dell'immagine iniziale e un trasferimento di qualità e caratteri dal mondo naturale a quello umano e viceversa. Per esempio, se i capelli biondi e ondulati della donna vengono definiti "onde dorate", il poeta, sviluppando la metafora, trasforma la chioma femminile in un vero e proprio mare al quale dà movimento e concretezza visiva fino a desiderare di naufragare in esso.
Spesso il desiderio di trovare le metafore più ingegnose e bizzarre trasforma la poesia in un gioco intellettualistico freddo e artificioso che sfiora il cattivo gusto. Tale è la chiusa di un sonetto di Giuseppe Artale in cui il poeta, dopo aver paragonato i capelli della donna ad un fiume e gli occhi a due soli, vedendo la Maddalena piangente asciugarsi gli occhi con i capelli, dichiara che nel mondo non si è mai vista una meraviglia di tal genere, "Bagnar coi Soli ed asciugar co' fiumi". Partendo da due metafore tutto sommato convenzionali, lo scrittore ne ha creato una terza sicuramente nuova e bizzarra, che però non arricchisce né approfondisce la tematica amorosa, ma è solo un virtuosismo stilistico, un gioco intellettualistico arido fine a se stesso.

Nota di Lunaria: personalmente non sono d'accordo con questo giudizio sulla Poesia Barocca, che a me piace anche nei suoi "estremismi arditi".


Una selezione di poesie del '600

La poesia del '600 si differenzia da quella dei secoli precedenti perché per la prima volta compaiono meditazioni lugubri e sepolcrali, spessissimo vengono composte odi per la Morte, la Malattia o dei difetti estetici; ma non solo, spesso troviamo odi dedicati alla scienza (Galileo, Soldani), alla filosofia (Tommaso Campanella, G.B Vico) alla parodia del genere eroico, Tassiano o Ariostotesco ("La secchia rapita", "L'asino"... i cosidetti poemi "eroicomici"). Riporto qualche verso di poeti bravissimi...ovviamente è impossibile citare tutti i poeti con completezza, ma vi assicuro che meritano tutti di essere letti ed apprezzati...

Poesie e info tratte da


Il maggior periodo creativo della cultura spagnola è stato tra il XVI e XVII secolo, definito "Siglo de oro". è presente quindi una poesia sia rinascimentale che barocca, attraverso scuole quali la Salmantina (De Leon e De la Cruz) e la Sivilliana (Herrera) mentre il Barocco tragico si afferma con Gòngora e Quevedo (vedi anche https://deisepolcriecimiteri.blogspot.com/2024/05/la-vita-e-sogno-di-pedro-calderon-de-la.html) mentre in Sud America troviamo il messicano De Balbuena, Suora Juana De la Cruz, De Ercilla, De Ona, in Colombia Camargo, in Equador De Evia, in Argentina De Tejeda, in Perù De Ayllon. In Portogallo famosissimi sono Camões (autore del genere epico con i "Lusiadi", dedicato alle imprese di Vasco da Gama) e Da Cruz, che sviluppano il tema della Saudade, cioè la solitudine, il rimpianto, la malinconia. Abbiamo poi De Melo, Gracian, Suor Violante Co Cèu e i brasiliani Gregorio de Matos, Teixeira, Ravasco e Oliveira.

Hernando de Herrera: "Io vo per questa solitaria terra"

Io vo per questa solitaria terra,
da antichi pensieri tormentato
fuggendo lo splendor del sol dorato
che dai suoi raggi puri mi disterra.

Il passo alla speranza mi si serra, da un'ardua vetta
a un bosco vo, intricato, con gli occhi ritornando
all'appartato luogo, solo principio di mia guerra
tanto ben mi ricorda la memoria,
tanto male mi mostra la presenza,
che vinto mi vien meno il cuore.

Spoglie crudeli della mia gloria,
sfiducia, oblio...

"Vo seguendo la forza del mio fato"

Vo seguendo la forza del mio fato
per questo campo sterile e nascosto;
tutto tace e non cessa il mio lamento,
e piango la sventura del mio stato.
Cresce il cammino e cresce la mia pena,
che mai il mio dolore pone in oblio.
Termina benchè lungo, infine, il corso,
ma non ha fine il male prolungato che vale
contro un mal sempre presente
appartarsi e fuggir, se nel ricordo si imprime
dimostrando freschi segni?
Amor vola con me e non consente ch'io
oblii, a mio scorno, quella storia
che aperse la strada alle mie pene.


Juan de Tarsis Y Peralta: "Silenzio, nel tuo sepolcro depongo"

Silenzio, nel tuo sepolcro depongo
roca voce, penna cieca, triste mano
al fin che il mio dolore
non canti invano
al vento dato e nell'arena scritto.
Tomba e morte d'oblio vo chiedendo,
benchè d'avvisi più che di anni bianco,
non altro che a ragion oggi m'arrendo
ed al tempo darò quanto mi tolgo.
Limiterò speranze e desideri e nell'orbe
di un chiaro disinganno
margini porrò brevi alla mia vita
alfin che non mi vincano gli agguati
di chi pretende procurar mio danno
e originò sì provvida partita.


Francisco de Quevedo Villegas: "Rappresenta la brevità di quanto si vive"

Ieri è passato
domani non è giunto
oggi sen va senza fermarsi, un punto;
sono un fui,
un sarò
ed un è stanco.
Nell'oggi, nel domani, in ieri unisco
fasce e sudario e così rimango
presente successione di defunto.

Chiuder potrà i miei occhi l'ultima
ombra che mi reca il bianco giorno
e sciogliere potrà quest'alma mia
ora al desio ansioso lusinghiera...
... Non lascerà memoria, dove ardeva;
navigar sa la mia fiamma l'acqua fredda
perder rispetto a legge sì severa.


Violante do Cèu: "Decimas"


Cuore, non voglio più soffrire
poniamo fine ad ogni tormento
un disprezzo già subito
non può essere ripetuto.


Bernardo Vieira Ravasco: "Glossa a un sonetto"

Ho sperato e la speranza è morte amara,
solo forza d'amore puro può reggere
di dolorosa assenza il duro peso
che solo il nome d'amore diventa greve.
Mai mi sembrò speranza tanto grande
avere in cambio un tanto breve bene.
... Lacrime, che dagli occhi van cadendo
mai mi sembrò dolenti ore
causa del mal che ora sto soffrendo
allorchè sol nell'avervi avevo sostentamento
che voi avreste mutato tanto in fretta.


Luis de Camões: I Lusiadi, Canto III 

Piansero gli alti monti e promontori
dei fiumi il letto si gonfiò di pianto
che per i campi dilagò fuori
inzuppando di lacrime ogni canto.
Fame delle vittorie, dei furori,
del suo grande valor diffusa è tanto
che chiaman sempre, nel suo regno invano,
"Alfonso, Alfonso" gli echi lontano.
Tu solo pur amor, col laccio forte,
che i cuori umani saldamente intrica,
sei stato la cagion della sua morte,
come se lei ti fosse aspra nemica.
Se dir si può che non c'è stato, O Sorte,
che tu risparmi nella tua fatica,
è, crudele amor, perchè, duro tiranno,
cerchi il sangue dell'uomo ed il suo danno.

In questi versi, invece viene descritta la morte di Inès:

Così d'Inès l'eburneo collo spezza
l'arma, contaminando la divina
forma, che vinto con la sua bellezza
aveva chi l'eleggerà regina.
Le spade macchia e il bianco sen l'asprezza
del sangue, mentre il capo ella reclina.


"Sonetto"


Muoia o perisca il giorno in cui io nacqui
e mai più il tempo a noi lo riporti,
e più non torni sul mondo e, se tornasse,
in quel punto il Sol abbia un'eclissi.
La luce gli manchi, il Sole gli si oscuri,
mostri il Mondo i segni della fine, nascano mostri
e piova sangue il cielo, madre più non conosca il proprio figlio.
La gente attonita e ignara, pallida e con le lagrime negli occhi
pensi che già il mondo va in rovina.
La gente timorosa non s'accori ch'oggi
dal Mondo si partì la vita
più disgraziata che giammai si vide!


Gregòrio de Matos Guerra: "Riflessione sul giorno del Giudizio Universale"

La gioia del giorno attristato.
Il silenzio della notte turbato.
Lo splendore del Sole eclissato
e il lucore della Luna offuscato.
Rompa in un gemito tutto il creato:
che è di te, Mondo?
Dove ti sei fermato?
Se tutto in quell'istante
è ormai finito, tanto importa
il non essere quanto l'esser stato!
Suona la tromba della maggior altezza,
quella che ai vivi e morti reca avviso di sventura
agli uni e di ventura agli altri.
Termina il mondo perchè così deve essere.
Si levin i morti
e lascin la sepoltura,
perchè è giunto
Il Giorno del Giudizio!      


Fray Hortensio Paravicino: "A degli occhi neri"

Ahi occhi!
Siete lame, benché nere,
di tempra toledana, che di sangue
delle anime arrossate, morte,
lasciate il corpo, strana mano,
terribil colpo e forte
che con nera spada
date morte.


Rodrigo Caro: "Canzone alle rovine d'Italia"


Ma perché la mente si diffonde nel cercar
al dolore nuovo argomento?
Basta esempio minor,
basta il presente...
Mostra del suo sepolcro
alcuni segni e scaverò
con lacrime le rocce
che celano il Sarcofago Santo...


Theophile De Viau: "Ode: la Solitudine"

Un freddo e tenebroso silenzio
dorme all'ombra di questi olmi
e i venti scuotono i rami
con un'amorosa violenza.

L'ossifraga e il gufo vengono ad appollaiarvisi.
Qui vivono i Lupi Mannari... mai la giustizia corrucciata ricerca qui dei criminali.


Angelus Silesius (un mistico tedesco):

"La quiete è uguale all'eterna notte; nulla è simile al nulla più di quiete e solitudine. Perciò le vuole il mio volere, se pur vuol qualcosa."


Theodore Agrippa D'Aubignè:  "La Primavera"

Cerco i deserti, le rupi sperdute,
le foreste inesplorate, le querce cadenti,
ma odio le foreste dal folto fogliame,
i luoghi abitati, le strade polverose.
Piacemi mirar il ramo di bellezze disadorno,
calpestar il fogliame disteso dal vigore del'autunno e il loro dorato color.
Senza speranza mi offre il piacer dell'immagine della Morte.
Così come il tempo farà tremare senza posa
una gelida primavera
e un anno tempestoso
così prima del tempo
una fredda vecchiaia fin dalla mia giovinezza
i miei capelli imbianca.
Se talvolta spinto da un desiderio impaziente
vado a sfogar nei boschi il mio furore,
appassionandomi per la morte di una bestia innocente,
o spaventando le acque e i monti
con la mia voce, mille uccelli notturni
mille canzoni mortali,
mi circondano con volo ordinato,
sopra di me,
mentre l'aria, per contro, afflitta dai miei lamenti,
si oscura di gufi e di corvi all'intorno.
Le erbe appassiranno sotto i miei piedi
vedendo miseri occhi i cui tristi sguardi
recideranno i fiori e celeran tra le nubi la Luna,
il Sole e gli astri all'intorno.
La mia presenza asciugherà le fontane e gli uccelli in volo cadranno
ai miei piedi oppressi dalla violenza dei miei acuti dolori.
O mio Dolore, soffocami al par di loro.


Honorat De Bueil de Racan: "Pastorale"

Come questa notte trascorre lunga e fastidiosa!
Nient'altro mi appare che l'oscurità della notte
e il suo livido pallore tinge i campi e i prati d'un solo colore: e l'oscurità che il mondo intero avvolge.
Veri fantasmi orrendi,
dalle incorporee forme,
visitano liberi la dimora dei morti...


La Poesia Italiana del '600

Possiamo dividere le tendenze della poesia italiana barocca in:

- Marino e i Marinisti (più innovativi, anche nei temi trattati)

- Chiabrera e i Classicisti (legati a schemi compositivi rinascimentali e tassiani)

I versi che ho riportato sono una breve rassegna dei temi della Poesia del '600; sono anche frequenti Poesie dedicate alla Morte, agli insetti (pulci, farfalle, mosche..) e perfino alle lezioni di anatomia e agli aborti come nella poesia di Bartolomeo Dotti e ai nani (in Bernando Morando). Al di là  delle classificazioni, riporto dei bellissimi versi...


Poesie tratte da "Poesia Italiana - il Seicento" edito da "I grandi libri Garzanti"


Giambattista Marino: "Delirio amoroso"

Serpe sembri al feria che ben ascose stan sovente le serpi in fra le rose...


"Al Sonno"

O del silenzio figlio, e de la notte,
padre di vaghe immaginate forme,
sonno gentil, per le cui tacite orme son l'alme al ciel d'amor spesso condotte.
Or che'n'grembo a le levi ombre interrotte
ogni cor, fuor che'l mio, riposa e dorme,
l'erebo oscuro, al mio pensier conforme lascia ti prego
e le cimmerie grotte, e vien col dolce tuo tranquillo oblio
e col bel volto in ch'io mirar m'appago,
a consolare il vedovo desio
ché se ite (1) la sembianza,
onde son vago, non m'è dato goder,
godrò pur io
de la morte, che bramo, l'imago.

(1) andate
 

"Eco"

Le mie parole ascolta da quest'ombrosa grotta.
Ma non ridere altrui ciò ch'io ragiono.
Tu, da le membra sciolta, voce flebile e rotta,
accogli pur de le mie voci il suono:
ma se care ti sono,
teco le chiudi e serba.
E questa pietra oscura, che a te fu sepoltura
e de la pena tua grave ed acerba
ancor freme e rimbomba del mio dolor ti sia tomba.


"La lucciola"

Già l'ombra de la terra si dilata per tutto.
Ecco, d'intorno un denso umido velo,
la gran faccia del cielo ricopre
e folta nebbia occupando le piagge imbruna i colli.
Vedi la luccioletta, fiaccola del contado
e baleno volante.
Viva favilla alata,
viva stella animata
pur come ne le piume abbia il focile vibrando
per le siepi ali d'argento
e foco alternar le scintille.
è tempo ormai verso l'ovile,
a passi corti e lenti, di ricondur gli armenti.


"Era già notte"

Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d'ogn'intorno accolte,
e fioccando cadean dall'alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea (1), il crudo apportar del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.
Ed era ormai vicin l'ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l'alba facesse in ciel ritorno;
quindi lava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d'ogni intorno,
parea che oscuro e d'atra invidia pieno
gir (2) mi negasse a la mia cara in seno.
Ma, giunta l'ora, invan l'aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l'andar mio già non arresta
furor d'inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m'impose ed ella il sente. [...]
Tocca l'avida man le mamme (3) intatte,
e si riscalda dentro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell'eburneo latte
or l'una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.

(1) vento di settentrione
(2) andare
(3) mammelle


Cesare Rinaldi:  "Amor verace"

Sciogli, ardito nocchier,
vela d'argento, sopra nave di perle e d'or con testa,
né temer d'atre (1) nubi, atra tempesta,
o strider d'onda o strepitar di vento...

(1) oscure


"Tornavan gli Austri" (1)

Tornavan gli austri in densa nube
e'l gelo piovea fuoco, a l'un l'altro consorte.
Chiuso l'uso d'argento, apria le porte ai mostri
de la notte orrido il cielo,
tessean per l'aria al crin d'Aletto (2)
un velo mille gran serpi in mille globi attorte. 
Spiravan gli antri e l'aure Orror di Morte
e pregnante di tosco (3) era ogni stelo.

(1) venti del Sud
(2) personaggio mitologico
(3) veleno


Girolamo Preti: "Rose impallidite" http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/la-rosa-la-lucciola-e-la-perla-nella.html

Ite (1) in dono a colei, pallide rose,
a cui l'alma donai senza mercede;
e poi che'l mio penar non cura, o crede,
siate del mio morir nunzie amorose.
Vidi voi d'ostro (2) già tinte e pompose;
d'ostro che 'l labro suo forse vi diede.
Ora il pallor di Morte in voi si vede,
imitatrici del mio duol pietose.
Dite se pur vi mira e se v'accoglie
ch'io son mal vivo e sarò tosto esangue come voi,
moribonde aride foglie;
e se'l vostro color pallido langue,
ella ravvivi l'odorate spoglie
con l'onda del mio pianto e del mio sangue.

(1) andate
(2) color porpora



Marcello Giovanetti: "Donna ch'innaffiava i fiori di mattina"

Vedi Nice colà
sul verde stelo que' languidetti fiori che fatti pria
di sue bellezze avari entro i notturni orrori
eransi ascosi in tenebroso velo,
or mentre scarsi umori tu de' la gelida urna
sovra lor versi con la mano eburna
apron le foglie e'l vago stel s'infior imaginando
che sii tu l'aurora.

"Loda una chioma nera"

Chiome, qualor disciolte, in foschi errori de la fronte vi miro in giù cadenti, e velate al mio Sol gli aurei splendori, siete nubi importune, ombre nocenti (1)

(1) fastidiose


Ludovico Tingoli: "Brutta donna adorna di gran gioie"

Costei cui sol di tenebre e d'orrori, Natura acherontea veste e circonda, osa intorno spiegar quanti ne l'onda del Gange e del Pattol (1) nascon fulgor.
Spargono le chiome e 'l labbro ombre e squallori e d'oro e di rubini il braccio abbonda, invece che lo sguardo i rai (2) diffonda
sfavillano dal sen compri splendori la perla, onde la bocca orba notteggia. A l'orecchia plebea quasi per scherno pende,
ed intorno al nero collo albeggia.
Ma che stupir, s'è pur decreto eterno ch'ove ricco tesoro arde e lampeggia, ivi custode sia spirto d'Averno?

(1) fiume
(2)  raggi


Gianbattista Manso: "Solfataria di Pozzuoli"

Nuda, erma (1) valle,
a cui taciti orrori accrescon tema ombre solinghe oscure;
sulfuree rupi, acque bollenti,
impuri sanguigni fiumi e tenebrosi ardori
voi ch'in parte apprendeste i miei dolori
degli accesi sospiri, e l'aspre cure
del largo pianto che disfar le dure selci
potè co' suoi continni umori.

(1) nascosta


Giuseppe Battista: "Amante che si paragona a una cicala"

Del vivere mio l'insolito tenere purtroppo al tuo somiglianza
ha vera, o tu, che flagellando
a le sonore sei de le bionde ariste (1)
atra furiera.
Tu sei de' boschi abitatrice altera, ed io ermi recessi amo l'orrore.
Tu delle membra tue la spoglia hai nera, a me tinge l'aspetto
egro(2) pallore,
talora hai tu dal ferro il petto inciso di parto arciero
ed io dall'arco intanto porto del Dio ch'è cieco il cor diviso
e gli ardori del sol tu formi il canto,
ed io le mie querele a' rai d'un viso,
tu vivi di rugiada ed io di pianto.

(1) spighe
(2) malato


Bartolomeo Tortoletti:  "Fiori conservati nel freddo"

Orrido verno (1)
intorno estinti, O mio bel foco, ha tutti i fiori;
quelli del tuo soggiorno sovran soli ai gelidi rigori.
Qual meraviglia, o Clori? (2)
I gigli e le viole gelar non ponno ov'è perpetuo il Sole."

(1) Inverno
(2) é nome poetico di donna


Gabriello Chiabrera:  "L'Erminia"
(poemetto basato sui personaggi del Torquato Tasso)

"Ed ecco Erminia, che in negletti veli, sangue real, quasi lugubre ancella, li move incontra, e colle ciglia oscure di lagrimosa nube, a lui s'inchina (1) e dolente il saluta...

(1) a Tancredi

Qui è descritto il suicidio di Erminia:

"Va per aspre pendici e va per monti, nociv'erbe cogliendo, ond'ella preme licor temuto di mortal veleno (1)
... e le purpuree labbra del tosco asperse (2) e quell'orrido succo mandò nel petto a saziarne il core."

(1) raccoglie erbe velenose e le spreme per ricavarne un veleno
(2) e beve il veleno


"Belle rose porporine"

Belle rose porporine (1),
che tra spine
sull'aurora non aprite; (2)
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite. [...]
Belle rose, o feritate, (3)
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo' dire in nuovi modi
vostre lodi,
ma ridete tuttavia.

(1) Allusione alle labbra della donna
(2) non sorridete
(3) crudeltà

Per altre poesie, vedi: http://deisepolcriecimiteri.blogspot.it/2017/12/i-versi-piu-belli-di-gabriello-chiabrera.html

Giovanni Canale

Tu che dal riguardarmi orror apprendi
timido parti e la mia vista abborri,
arresta il piede e la mia voce intendi:
se movi il piede, in grave error già incorri.
Come a fragil beltà perduto attendi
che sarà qual son io,
pensa e discorri;
un punto mi mutò da un punto pendi,
e col tempo, che vola, a morte corri.
Begli occhi, vago crin, guance rosate,
amabil mi rendeano
e in un momento divenni schifa polve,
ossa spolpate.
A macchinar disegni, io vissi intento.
Ma i disegni, i pensieri e la beltate al mio estremo
spariron in vento.  


Ciro di Pers (1599-1663) ci propone un'allegoria tra l'orologio che scandisce le ore che passano e la Morte:

"Orologio da rote" o "Mobile ordigno"

Mobile ordigno di dentate rote (1)
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note (2)
a chi leggere le sa: "Sempre si more".
Mentre il metallo concavo (3) percuote,
voce funesta mi risuona al core,
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.
Perch' io non speri mai riposo o pace,
questo che sembra in un timpano e tromba
mi sfida ognor contro l'età vorace (4)
e con que' colpi onde 'l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s'apra ognor picchia alla tomba. (5)

(1) L'orologio qui in questione è di quelli che battono le ore ed evidenzia quindi tanto più la sua funzione di ammonitore del tempo che passa inesorabile e avvicina alla resa finale dei conti.
2) con lettere di cupo significato.
3) allude alla campanella della suoneria.
4) che tutto divora.
5) bussa di continuo sulla tomba perché si apra.


"è la vita mortale vana ombra che passa... misera sorte umana
e che cosa è qua giù che non sia vana?"


"Bella piangente"

Questa bella crudel, che'l cor mi ha tolto di lacrimoso umor,
stille spargera
e mentre in que' begli occhi amor piangerà
ridevan rugiadosi i fior del volto.
Forse quel ghiaccio, che nel seno accolto
contra il foco d'amor rigida avea
mentre a lei presso il mio gran foco ardea
di que' begli occhi fuor stillò disciolto.
Son miracoli vostri, o luci belle,
che ne fate veder, gentil stupore,
fiumi da fiamme uscir, stille da stelle.
Ah, che ne spera in van ristoro il core
poichè rassembran acque e son fiammelle
e sta nascoso in quell'umore amore. 


Claudio Achillini: "Collana di croci nere al collo della sua donna"

Sparge Amarilli (1) mia
di nere croci del seno il latte
ond'io con la vista nudriva un bel desio.
Deh, che sperar più deggio misero me!
Se veggio scritto, mirando, in sì bel foglio intento
con caratteri infausti il mio tormento?

(1) è un nome mitologico 


Maffeo Barberini: "Sopra le stimmate di San Francesco"

In quest'orror
dove di gelid'ombra copron abeti e faggi
intorno il suolo...


Giacomo Lubrano: "Terremoto orribile accaduto in Napoli nel 1688"

Mortalità,
che sogni? Ove ti ascondi
se puoi perire a un alito di fato?
Dei miracoli tuoi il fasto andato or né men scopre
inceneriti i fondi...
A' troni ancora, a' templi è base il loto (1):
su le tombe si vive;
e spesso atterra le nostre eternità
breve tremoto.

(1) fango


Fra Bartolomeo da Salutio: "Dal più profondo abisso"

Dal più profondo abisso
io grido e chiamo a Dio,
che mi ha creato ed ei si tace.
Né mi risponde, mentre io chiedo pace.
E gli do segni ancor ch'io'l colo (1) ed amo.
Gli dico che per lui vaneggio
e bramo stretto con seco (2) unirmi
ed il fallace mondo voglio fuggir,
ché sì mi spiace,
a Lui sospiro e piango e Lui chiamo.
Misero me che le divine orecchie
trovo serrate alle mie voci al grido,
né pur m'ascolta Dio
né pur mi guarda.
O alma mia perversa empia e bugiarda
O mio maligno core empio ed infido
convien che ad altre croci or t'apparecchi.

(1) desidero
(2) con lui